Gli effetti della nuova politica estera americana in Medio Oriente : un confronto con la Presidenza Biden

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di Manuel Arabia

Il 6 novembre 2024, le elezioni americane hanno determinato la vittoria di Donald J. Trump ritornato in carica in seguito alla prima carica presidenziale esercitata dal 2017 al 2021. A tal proposito, il risultato delle elezioni segna un passaggio di testimone, peraltro in un momento storico delicato per le sorti delle congiunture e degli equilibri regionali ed internazionali, dal democratico Joe Biden al repubblicano Donald J. Trump.

L’inizio della Presidenza Trump ha già determinato una serie di nuove tendenze, nonché di radicali shift, negli obiettivi e nella postura della politica estera americana, sotto ogni punto di vista. L’esempio lampante dei nuovi orientamenti della nuova politica estera americana si notano in ambito economico: infatti, in un discorso tenuto alla Casa Bianca, il 2 aprile 2025, il Presidente Trump ha celebrato il “Liberation Day” degli Stati Uniti, annunciando l’imposizione dei dazi sulle importazioni che colpiranno diversi attori internazionali: all’Unione Europea sarà attribuito un aggravio del 20% dazi. Le misure economiche di Trump sono il riflesso di una politica estera protezionista e spregiudicata che produce i suoi effetti in molteplici ambiti. In quest’articolo, si intende analizzare, in contrapposizione alla Presidenza Biden, le potenziali conseguenze, in parte già annunciate, della posizione americana rispetto al Medio Oriente.

Per cominciare, la Presidenza del democratico Biden è stata caratterizzata da un generale disinteresse rispetto alle dinamiche mediorientali, come in effetti dimostrato dalla politica di disimpegno che ha determinato una serie di profonde instabilità per la stessa stabilità mediorientale e del Sistema Internazionale. La politica di disimpegno americano conosce una fase di accelerazione con il Presidente democratico Barak Obama che, a partire dal 2011, spinse per il disimpegno americano dall’Iraq. Il disimpegno causò un’instabilità tale da condurre lo Stato Islamico dell’Iraq, ad espandersi fino alla Siria, dando vita all’ISIS. Analogamente, il Presidente Biden ordinò il disimpegno americano, prematuro, dall’Afghanistan che ha portato i mujaheddin talebani, un tempo finanziati dalla Presidenza Regan nelle azioni di disturbo alla presenza sovietica, a riprendere il controllo dell’intero territorio, dando vita all’Emirato Islamico dell’Afghanistan. Inoltre, non sarebbe sbagliato affiancare al disimpegno americano in Medio Oriente un vero e proprio disinteresse manifestato nel biennio 2022-2024: in effetti, da quel momento, Washington ha concentrato tutti i propri sforzo sul fronte ucraino e sulla rivitalizzazione della NATO. In altri termini, durante le Presidenza Biden, gli Stati Uniti scontano una perdita di influenza in Medio Oriente come dimostrato dal tentativo saudita di affermarsi come principale potenza regionale.

Al contrario, il Presidente Trump pare interessato a fare in modo che gli States recuperino la centralità perduta in Medio Oriente. A tal proposito, sono due le iniziative di cui tener conto a rafforzamento: in primo luogo, il Presidente repubblicano ha annunciato di avere piani per un viaggio istituzionale in Arabia Saudita che potrebbe segnare l’inizio di una nuova stagione nei rapporti bilaterali con la monarchia del Principe Mohammad Bin Salman. Inoltre, il recupero dei rapporti con i sauditi permetterebbe agli USA di poter contare su un importante alleato nel contenimento della minaccia iraniana. A tal proposito, Trump esercita una forte pressione sulla Repubblica islamica di Iran in due modi: una formale richiesta di cessazione di tutte le attività nucleari e, per via indirette, tramite il bombardamento delle basi degli Houthi, supportati da Teheran, in Yemen.

In altri termini, appare chiaro che la politica degli Stati Uniti in Medio Oriente spinge per un rafforzamento dell’influenza e della presenza americana nell’area, facendo leva su un recupero dei rapporti con l’Arabia Saudita, nonché curando e consolidando i rapporti con lo Stato di Israele. Nel caso della guerra tra Hamas ed Israele, la nuova amministrazione ricorre ad un approccio diametralmente opposto rispetto alla precedente. La Presidenza Biden non si è risparmiata dal criticare l’intervento militare israeliano interni alla Striscia di Gaza, minacciando di interrompere l’approvvigionamento di armi qualora il governo israeliano avesse lanciato un’offensiva massiccia su Rafah. Al contrario, Trump ha deciso di revocare lo stop imposto da Biden, finanziando militarmente Israele e supportando le operazioni militari. Lo stesso si può dire rispetto alle proposte avanzate sulla risoluzione del conflitto: se i democratici hanno spinto per una soluzione a due Stati, Trump ha invece optato per un’estensione della sovranità israeliana sulla Striscia di Gaza, proponendo di ricollocare la popolazione autoctona negli Stati arabi vicini.

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